Infarto non diagnosticato al Pronto Soccorso: quando l’ospedale risponde?
Se un infarto non viene diagnosticato al Pronto Soccorso, l’ospedale può essere responsabile quando sintomi, esami o fattori di rischio imponevano ulteriori accertamenti e il ritardo ha causato la morte, un aggravamento cardiaco o comunque un danno evitabile.
Il punto decisivo non è dimostrare soltanto che la diagnosi fosse sbagliata. Bisogna ricostruire che cosa sarebbe accaduto se l’infarto fosse stato riconosciuto e trattato tempestivamente.
Infarto scambiato per gastrite o ansia: è sempre errore medico?
No. Un dolore toracico può avere diverse cause e una diagnosi iniziale diversa dall’infarto non dimostra automaticamente una colpa sanitaria.
Il problema nasce quando la diagnosi di gastrite, ansia, attacco di panico o dolore muscolare viene formulata senza avere adeguatamente escluso una sindrome coronarica acuta.
Nella valutazione di un caso considero soprattutto:
- caratteristiche e durata del dolore al petto;
- eventuale irradiazione a braccio, spalla, mandibola o schiena;
- nausea, vomito, sudorazione, dispnea o malessere;
- età e fattori di rischio cardiovascolare;
- risultato e corretta lettura dell’ECG;
- esami ematici eseguiti e loro tempistica;
- evoluzione dei sintomi durante la permanenza in Pronto Soccorso;
- motivazioni riportate nel verbale di dimissione.
Un dolore al petto sottovalutato può quindi assumere rilievo giuridico quando il quadro complessivo richiedeva un approfondimento cardiologico che non è stato eseguito.
Dimesso dal Pronto Soccorso e poi infarto: quando la dimissione può essere contestata?
Essere stati dimessi dal Pronto Soccorso e avere successivamente un infarto non significa automaticamente che l’ospedale sia responsabile.
Occorre tornare al momento della prima visita e domandarsi: esistevano già elementi che avrebbero dovuto indurre i sanitari a proseguire l’osservazione o gli accertamenti?
La Cassazione ha chiarito che, proprio nell’attività di Pronto Soccorso, la diligenza deve essere valutata considerando la necessità di un rapido inquadramento diagnostico e di individuare gli accertamenti indispensabili in relazione alla sintomatologia concretamente presente.
Per questo una dimissione può risultare censurabile, ad esempio, quando il paziente viene mandato a casa nonostante:
- dolore toracico persistente o ricorrente;
- sintomi compatibili con ischemia cardiaca;
- fattori di rischio significativi;
- esami non conclusivi;
- necessità di osservazione o rivalutazione non eseguita.
La semplice vicinanza temporale fra dimissione e infarto è un indizio importante, ma non sostituisce la prova medico-legale del nesso causale.
ECG interpretato male: quando può esserci responsabilità?
Un ECG interpretato male può costituire un errore rilevante quando conteneva alterazioni che, valutate correttamente nel contesto clinico, avrebbero imposto ulteriori accertamenti, monitoraggio o trattamento.
Ma nemmeno qui basta dire, a posteriori, che il paziente aveva un infarto.
Bisogna verificare concretamente:
| Elemento | Cosa occorre accertare | Possibile conseguenza |
|---|---|---|
| ECG anomalo | Se i segni erano riconoscibili al momento | Ritardo nella diagnosi |
| ECG non conclusivo | Se erano necessari controlli successivi | Dimissione prematura |
| ECG letto senza quadro clinico | Se sintomi e rischio richiedevano approfondimenti | Percorso diagnostico inadeguato |
In una causa di responsabilità sanitaria, l’ECG originale ha quindi molto più valore di una semplice indicazione nel verbale secondo cui l’esame era “negativo”.
Troponina non fatta: l’ospedale è responsabile?
La troponina non fatta non determina da sola responsabilità medica. Diventa però un elemento significativo se, sulla base dei sintomi e del rischio cardiovascolare del paziente, quell’esame era clinicamente indicato per escludere o confermare un danno miocardico.
Anche una singola troponina deve essere interpretata correttamente rispetto al momento di insorgenza dei sintomi e al restante quadro clinico.
Il tema giuridico, quindi, non è semplicemente “la troponina è stata fatta oppure no?”, ma: il percorso diagnostico utilizzato era adeguato per escludere ragionevolmente una patologia cardiaca prima di dimettere il paziente?
Pronto Soccorso manda a casa un paziente con infarto: cosa bisogna provare?
Per ottenere un risarcimento per infarto non diagnosticato, occorre dimostrare tre elementi distinti:
- una condotta sanitaria non corretta, come omissione di esami, errata interpretazione dell’ECG o dimissione inappropriata;
- un danno concreto;
- il nesso causale tra errore e danno.
La struttura sanitaria risponde ai sensi dell’art. 7 della Legge n. 24/2017 e degli artt. 1218 e 1228 c.c. per le condotte dei professionisti dei quali si avvale.
Sul nesso causale, la Cassazione civile n. 16199/2024 ha ribadito che, nelle ipotesi di diagnosi tardiva, occorre stabilire secondo il criterio civilistico del “più probabile che non” se la condotta corretta avrebbe evitato il danno.
La Cassazione n. 25825/2024 ha inoltre precisato come deve essere impostato il cosiddetto giudizio controfattuale: bisogna chiedersi se la condotta sanitaria corretta avrebbe evitato proprio il danno concretamente verificatosi.
Danni cardiaci per diagnosi tardiva dell’infarto
Un infarto riconosciuto in ritardo può lasciare conseguenze anche quando il paziente sopravvive.
Il risarcimento può riguardare, se causalmente collegati al ritardo:
- maggiore compromissione della funzione cardiaca;
- postumi permanenti;
- maggiore durata del ricovero e della convalescenza;
- limitazioni lavorative;
- spese sanitarie e assistenziali;
- danno non patrimoniale conseguente alla menomazione.
Il confronto medico-legale deve stabilire quale sarebbe stato presumibilmente il danno con una diagnosi tempestiva e quale danno si è invece prodotto a causa del ritardo.
È questa differenza, non la semplice esistenza dell’infarto, che può assumere rilievo risarcitorio.
Morte per infarto non diagnosticato
Quando il paziente muore dopo una mancata diagnosi, il problema centrale diventa stabilire se un tempestivo riconoscimento dell’infarto e il conseguente trattamento avrebbero, più probabilmente che non, evitato il decesso.
Se questa relazione causale non può essere dimostrata, può in determinati casi venire in considerazione una diversa figura: la perdita di chance, cioè la perdita di una possibilità seria e concreta di ottenere un risultato migliore.
La Cassazione civile n. 16326/2025 ha però precisato che la chance non è un espediente per colmare qualsiasi incertezza probatoria: deve trattarsi di una possibilità reale, apprezzabile e dimostrabile, non di una semplice speranza.
Risarcimento per infarto non diagnosticato: quali documenti analizzo
In questi casi parto sempre dalla documentazione originale. Servono soprattutto il verbale di triage e di Pronto Soccorso, gli ECG con i relativi tracciati, gli esami ematici con orari di prelievo, la lettera di dimissione e la documentazione del successivo infarto o ricovero.
L’analisi deve poi essere effettuata con competenze medico-legali e cardiologiche.
Prima di una causa, l’art. 8 della Legge n. 24/2017 prevede inoltre l’esperimento della consulenza tecnica preventiva ex art. 696-bis c.p.c. oppure, in alternativa, della procedura di mediazione prevista dalla legge.
FAQ sull’infarto non diagnosticato al Pronto Soccorso
Quanto conta l’orario in cui sono comparsi i sintomi?
Può essere decisivo. La sequenza temporale consente di valutare se gli accertamenti siano stati eseguiti nel momento appropriato e se fosse necessario ripeterli prima della dimissione.
Un ECG definito “normale” nel verbale può essere fatto riesaminare?
Sì. Se è disponibile il tracciato originale, può essere sottoposto a una nuova valutazione specialistica per verificare se fossero presenti alterazioni non riconosciute inizialmente.
Se nel verbale non sono riportati tutti i sintomi riferiti dal paziente cosa succede?
La cartella e il verbale sono prove centrali, ma non necessariamente le uniche. La ricostruzione deve considerare l’intera documentazione disponibile e gli altri elementi probatori utilizzabili nel singolo caso.
Quanto è importante sapere quando è stata dosata la troponina?
Molto. Non conta soltanto il valore rilevato, ma anche il momento del prelievo rispetto all’inizio dei sintomi e l’eventuale necessità clinica di controlli successivi.
Il risarcimento è possibile anche se il ritardo non ha causato la morte?
Sì. Se la diagnosi tardiva ha provocato un aggravamento cardiaco evitabile o conseguenze permanenti maggiori, può essere richiesto il risarcimento dei danni causalmente riconducibili al ritardo.
